Maria Chiara Viviani

Per una lettura dei dipinti di Maria Chiara Viviani

Per una lettura dei dipinti di Maria Chiara Viviani.

E’ stato osservato, da vari esponenti del mondo della cultura, che ogni scrittore, di qualunque cosa scriva, scrive anche di se stesso: ciò tuttavia può esser detto di ogni artista, vuoi che sia pittore, scultore ecc…, anche se ovviamente usa un alfabeto diverso da quello di chi scrive,
cioè il linguaggio precipuo della sua propria arte.
Le opere di Maria Chiara Viviani ci dicono che l’artista ha una predilezione particolare per la tecnica mista, anche se si trova a suo agio con l’olio, con l’affresco, con l’acquerello, col guazzo col pastello ecc.
Ne fanno fede, ad esempio, la maestria con cui prepara impasti fluidi e trasparenti come velature, o densi e corposi che consentono tocchi fini e minuti; l’avvertenza con cui negli affreschi usa tinte molto fluide (perché gli impasti densi sarebbero poco resistenti all’alternanza di caldo e di freddo) e la fedeltà con cui, nei limiti del possibile al giorno d’oggi, segue i canoni di Cennino Cennini, il pittore colligiano che fu soprattutto maestro di pittori;
la sicurezza della mano per la necessaria rapidità d’esecuzione degli acquerelli, considerate la velocità dell’essiccazione di essi e l’impossibilità del ritocco,
sia per l’importanza del fondo, sia per le trasparenze delle tinte.
Non per niente Maria Chiara Viviani ha (dal 1995) il Diploma di Maturità d’arte applicata, conseguito nel corso a indirizzo sperimentale – Sezione Scenotecnica – presso l’Istituto d’Arte di Firenze; la Laurea in Decorazione, conseguita nel 2000, presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze, con una tesi (110 e lode)  sulle tecniche pittoriche della bottega toscana del ‘300; ha partecipato, a Firenze, a vari convegni come “Eva 2000”;
fa parte dal 2003 dell’Antica Compagnia del Paiolo di Firenze.
Pur se giovane di età, la Viviani – che tra l’altro insegna nella scuola media – è dunque tutt’altro che una pittrice della domenica ed ha esposto opere sue in varie mostre, a Firenze e a Colle; un suo modello per la scenografia di “Orfeo ed Euridice”
è esposto nel Museo Didattico dell’Istituto d’Arte di Firenze.
Circa i soggetti rappresentati è indubbio che questa pittrice guarda al mondo degli animali con un’attenzione, piena di rispetto e d’amore, tesa a rilevare non solo il gioco delle masse muscolari, ma - oso dire – anche la psicologia dell’animale via via colto in un attimo della sua vita.
I suoi animali, immobili o in movimento, vuoi che siano tigri, lupi toscani o uccelli rapaci, non sono mai raffigurati in situazioni di dipendenza servile, ma – quali magnifiche espressioni della natura – sono assunti a simboleggiare la forza e la libertà che della natura sono proprie.
Sarebbe strano però se di prim’acchito essi non suscitassero qualche perplessità: non si sono mai viste infatti delle tigri accucciate davanti alla Porta Nuova, o un leopardo che passeggia pigramente sul Ponte del Campana, o un leone che sogguarda dal Bastione di Sapia (a parte che quel bastione ha poco, anzi, nulla a che fare con la Sapia dantesca).
A ben intendere tuttavia è chiaro che il simbolismo di queste pitture, mentre predica la bellezza della natura ammonisce anche a rispettarne la forza e la libertà, per non provocarne reazioni che sarebbero difficilmente controllabili: un leopardo non è un innocuo micetto.
Maria Chiara Viviani diffonde così una sensibilità ecologica attuale, anche se tra l’altro questa era già affiorata (e quanto!) nel “cantico delle Creature” di San Francesco.
Si tratta di un simbolismo dalla cifra ben diversa – ad esempio - da quella più o meno retorica in chiave patriottica riscontrabile in tanti prodotti dell’arte italiana dei primi due decenni del XX secolo, e ben diversa da quella  che nel “Bestiario” di Aldo Palazzeschi illustrato da Mino Maccari presenta, con qualche nota didascalica più o meno compiaciuta,
i molti vizi (e indirettamente le poche virtù) degli umani.
Si tratta insomma di un simbolismo che richiama al rispetto amoroso per il “tutto”
di cui anche noi siamo parte.
E noi ( cioè il mondo degli umani) costituiamo il secondo pilone
su cui poggia la poetica di Maria Chiara Viviani.
E la figura umana – sovente riecheggiante alla lontana la pittura elegantemente levigata e come aspirante a dimensioni michelangilolesche di Tamara de Lempicka  (in auge negli anni Venti e seriamente studiata dalla nostra pittrice) – la figura umana, dico, è spesso proiettata dalla Viviani nell’antica Grecia, ad evocarne il fascino favoloso ed arcano dei miti.
E quel riecheggiamento non è certo casuale: la pittura della Lempicka - contenente l’ineludibile lezione di Cézanne e l’inclinazione al neoclassicismo miscelate, nel shaker (mi si perdoni il termine) di Andrè Lhote, all’erotismo di estrazione accademica di Ingres- è una pittura facile solo apparentemente e pertanto non consente improvvisazioni approssimative, alla brava.
Osservo poi che la tavolozza, pur viva e variata e quasi sempre dai toni caldi, di Maria Chiara Viviani, in qualche caso non esista ad utilizzare – giusta la predilezione per la tecnica mista cui ho fatto cenno – materiali quali l’oro, l’argento, il rame, introducendo a suo modo quasi un riverbero dell’esotismo talvolta splendidamente fiammeggiante di Galileo Chini.
Detto tutto ciò per delimitare con qualche paletto il periodo di riferimento della pittura di
Maria Chiara Viviani e tenuto ben presente che però le varie correnti pittoriche non si susseguono secondo una precisa scansione cronologica, ma s’intersecano tra loro, non occorre spender parole per dire come questa pittura si differenzi nettamente da quella accattivante gli occhi di che è assuefatto alle rappresentazioni non di rado esangui e sovente ripetitive dei post-postmacchiaioli (tra essi compreso in parte quell’Antonio Salvetti in cui a Colle siamo prima o poi costretti ad imbatterci), e si differenzia nettamente anche da quella –che so- dei primi labronici (Natali, Romiti, Lomi,..) che rivisitarono la “macchia” con l’irruenza sincera e scamiciata, ma tutt’altro che becera, di chi sa gustare il cacciucco alla livornese e sorbire il pònce al rhum.
E se è vero come è vero che all’evocazione del fascino della mitologia greca, così ampiamente pervasiva della nostra cultura, si aggiunge il tocco di esotismo in qualche modo mutuato da Galileo Chini (all’una e all’altro ho pur fatto cenno) spero che sia di tutta evidenza come la pittura della Viviani sia un’interessante sintesi aperta al divenire, e ciò non sembri una contraddizione in termini: la vita è sintesi di passato e presente perpetuamente infuturantesi.

Mario Cappelli